Diversi sono i miei lavori. Alcuni conclusi, altri ancora in corso d'opera, altri in procinto di vedere la luce, altri, ancora, piccoli embrioni, tracce di vita, semplici concetti che attendono, pazienti, di trovare un seguito, un'identità più strutturata. Molti di essi rimarranno però quel che sono: idee fugaci, semplici meteore apparse in un batter d'occhi ed altrettanto inavvertitamente svanite nel nero di un infinito big bang di pensieri.

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martedì 6 settembre 2011

BACOMENTALE - recensione: "e mi pare il minimo"



E MI PARE IL MINIMO

Ma l'avete vista la copertina?
Ecco, rappresenta in sintesi tutti gli aspetti che si colgono leggendo le 296 pagine del libro.
Questo libro-diario è scritto utilizzando la chiave dell'ironia e, se guardate la foto di copertina, noterete che il tipo che vi fissa allampanato e irriverente (forse l'autore stesso), vi sta sfottendo con una linguaccia. Avete notato la frammentazione a puzzle della foto? Bene, non è altro che la ricostruzione temporale di un periodo vissuto sopra le righe, alla continua ricerca di un equilibrio difficile da trovare per chi non si vuole adeguare a ipocrisie e convenzioni. E poi l'immagine scontornata e virata in sanguigna: non è altro che la malinconia che affiora ad ogni capitolo, questo nonostante le risate che la scrittura strappa in continuazione. C'è un'altro aspetto di questo libro-diario inscindibile da tutto il resto: la grafica, intesa come impaginazione ed elaborazione delle font. Un disastro. Brutta, illeggibile, sbagliata, una vera schifezza. Ma purtroppo necessaria. Come è necessario lo sporco e il trucido che dà vita, anima e spessore a tutte quelle storie disperate che scelgono di raccontare la vita di chi fugge la propria solitudine e disperazione facendosi forza sull'unico sentimento “puro” che conoscono: l'amicizia.
E allora W il Vecchio e W l'Artista. W Bacomentale e Pietro Giuseppe Mavrulis.

sabato 3 settembre 2011

BACOMENTALE - recensione: "Bah! come 'n tale""



BAH!  COME 'N TALE


Conoscendo personalmente l'autore posso dire che alcune situazioni sono addirittura edulcorate.
L'architettura del romanzo Bacomentale è in realtà una serie di microstorie concatenate capaci di coinvolgere il lettore grazie a voli pindarici inattesi e concretezze espresse attraverso disilluse considerazioni. Una sorta di psichedelico viaggio dantesco attraverso la ricerca di sé stessi da parte dei due personaggi che condividono gioie, delusioni, follie e sociopatia ammantata di convivialità.
La redenzione finale non è assolutamente voluta, capita e  basta, perché ogni tanto la fortuna bussa anche alle porte più scalcinate. 
Divertente con un retrogusto amaro, sarebbe un ottimo aperitivo per qualunque occasione speciale.



lunedì 22 agosto 2011

BACOMENTALE - recensione: "una dimensione di ordinav



UNA DIMENSIONE DI 

"ORDINARIA FOLLIA"

Bacomentale è un "viaggio" attraverso il quale Mavrulis ci conduce in una dimensione di "ordinaria follia". Scrittura cruda ed essenziale con grande capacità descrittiva sia dei personaggi: (... Ambra … una gnocca strepitosa ... che ... non se la tira, anzi, ci ride su... Mora, nasetto sottile e dritto com’un fuso e piccoli profondi occhi neri da cerbiattona. Due spalle squadrate e due natiche tonde, ma così tonde che le diresti disegnate da Giotto.  Un vitino axè, le gambe autostradali e due zinne dirigibili ... Guardandola ti sovviene Amarcord, il profumo di campo a primavera, le trombate nel fieno, le scorpacciate di agnello e tortellini, sotto gli alberi fioriti di ciliegio ...) che delle situazioni anche le piu' paradossali (Altre volte invece le serate si consumavano in mia assenza con altri del Manipolo ... Solita serata cominciata né troppo presto né troppo tardi ... c’era l’Artista il Marvel ed una scassata Volkswagen ... -Mi hanno tagliato la strada! ... ne discendono due rottweiler borchiati ... come cubi senza giunture ... Capendo subito di aver compiuto la madre di tutte le cazzate, il Marvel ingrana la retro ... l’Artista fu testimone della maniera più sbagliata di affrontare una curva a radicchio ... semiasse in agonia, cerchio ovalizzato e sospensione in prepensionamento ... SKROCK!!!! Un destro terribile si schianta ... con precisione da cecchino sulla mascella del Marvel ...). I "puristi" storceranno il naso. I bachettoni grideranno allo scandalo ma l'autore mi ricorda il primo Guerrazzi (Nord Sud uniti nella lotta) e per certi versi anche gli scrittori underground americani come Samuel R. Delany (The Motion of Light in Water).

Paolo Masi

venerdì 6 maggio 2011

IL SECONDO EPISODIO


IL PIENO E' VUOTO
Finalmente il secondo episodio della trilogia
TURBATIVE DI COSCIENZA

Così ... per chi lo ha già potuto leggere:

Finalmente l'ho letto. Tutto d'un fiato, perché' non si puo' smettere di leggerlo. Io almeno non ci sono riuscita. Non sono riuscita ad interrompere questo pugno nello stomaco che ho sentito dall'inizio fin alla fine del libro, con questo linguaggio cosi' "vuoto" o meglio svuotato di ogni orpello e di tutto ciò che è superfluo, diretto come solo un pugno nello stomaco può esserlo. Dolorosamente bello!

Ho cominciato a leggere “Il pieno è vuoto” di Pietro Giuseppe Mavrulis, in maniera un po’ curiosa: l'incipit mi attraeva e respingeva contemporaneamente. L’aspetto poetico mi ha coinvolto subito ... per le caratterizzazioni specifiche dei personaggi. In un insieme di sentimenti contrastanti, per la verità, ma anche catturata dai risvolti psicologici che Mavrulis sa bene evidenziare, e in qualche modo piacevolmente sorpresa dai flashback abilmente correlati, ho continuato a leggere fino all’epilogo ... Tempi nostri, ma forse tempi di sempre, da quando gli esseri umani soggiacciono alle pulsioni vitali, o si arroccano in posizioni psicologiche di rifiuto, assunte a difesa dell’io. Che poi si innestino altre vite, altre storie, in un contesto in cui tutto sembra possibile, e l’Autore in questo è davvero abilissimo a trasmettere il sapore dell’autenticità, diventa di primaria importanza. Ci si sofferma anche su particolari scabrosi che, è chiaro, non sono voluti per sollecitare interessi morbosi, ma sono irrinunciabili in quanto rivestono grande importanza ai fini della storia e della sua autenticità.
PER LA RECENSIONE COMPLETA VAI SU www.pandaleo.com

ROBERTO FERRI cantautore
Siamo dei “contenitori” che vengono riempiti e che lasciamo riempire, secondo caso e secondo necessità. L’ossimoro ci porta a considerazioni manichee: il bene e il male, la vita e la morte, o modernamente cibernetiche, matematiche (il più e il meno), psicoanalitiche (l’IO e l’ES), shakespeariane (to be or not to be), fisiche (materia-antimateria) ... Un UNIVERSO così pieno che basta un BUCO NERO per svuotarlo.
PER LA RECENSIONE COMPLETA VAI SU www.pandaleo.com

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venerdì 26 novembre 2010

KILL FEEL AL 7 ARCHI - BOLOGNA

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10 novembre 2010
Nella suggestiva cornice medioevale sotto i portici del Centro più antico di Bologna, al ristorante 7 Archi l''autore si è esibito nella lettura di un passaggio del suo libro, accompagnato dalla splendida musica dell'artista bolognese Stefano Rambaldi e dagli inframmezzi sdrammatizzanti del menestrello Davide Pavlidis, con il suo libroPirla di Saggezza, il tutto introdotto dalla sublime e toccante interpretazione dell'attrice Daniela Airoldi nella lettura del racconto "Fuga da Facebook" sempre dell'autore bolognese.

Qui di seguito il video di alcuni momenti della serata.

Daniela Airoldi in "Fuga da Facebook"
Davide Pavlidis in "Pirla di Saggezza"
Pietro G. Mavrulis in "Kill Feel - ipotesi decima"
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venerdì 25 giugno 2010

CAMOLA CON VISTA #004


4 Aprile 2002

Dopo due giorni d’inferno in magazzino finalmente riesco a riprendere in mano questi fogli.
Non è facile per me farlo. Dopo oltre vent’anni che non scrivevo, ho deciso di riprendere carta e penna, per raccontare di alcune curiose verità di questo paesino di provincia. O più propriamente di un suo abitante.
Per strane concomitanze mi sono ritrovato tra le mani un’attività che mi dà da vivere. Ora che il mio vecchio se n’è andato, non potrei certo campare con il misero stipendio del giornale.
Invece grazie a “La casa della Camola” vivo bene e mi potrei anche permettere di assumere un garzone per fare i lavori più faticosi. Ma non vorrei che si infrangesse quell’aura di intimità che respiro entrando nel capanno, mentre, ascoltando la radiolina sullo scaffale, preparo le esche per i clienti, le alimento, le allevo, coccolando i loro teneri gusci nelle vasche di crescita.

Credo sia la stessa ragione per la quale Emilio inizialmente non desiderasse la mia compagnia. Avrebbe sicuramente preferito farmi fare le consegne, piuttosto che lasciarmi nel magazzino a maneggiare i suoi bambini. Ma coi clienti, ogni volta, c’è da trattare il prezzo e non poteva certo affidarsi all'abilità di contrattazione di un principiante.
Emilio era un uomo mansueto. Forse anche perché grazie alle sue notevoli dimensioni non si era mai trovato nella condizione di doversi difendere, ostentando un bluff fatto di aggressività teatrale e sperando che il proprio avversario decidesse di non rischiare, per battere spontaneamente in ritirata. I suoi due metri scarsi e la sua corporatura massiccia erano un valido deterrente.
Pochi in verità guardavano con attenzione i suoi occhi; il suo sguardo era placido, mite, cortese, impotente, assolutamente incapace di nuocere. La violenza non era un attributo che facesse parte della sua persona.
Ed in effetti anche la sua morte si è consumata come la sua vita, in un languido mesto fluire verso un sonno eterno, senza grandi stravolgimenti, ansie o pentimenti per le occasioni perdute, senza nessuna stravolgente confessione in punto di morte. Nessuna fine violenta.
Il suo cuore ha semplicemente smesso di battere, certo di aver concluso pienamente il suo compito, dando al suo padrone il piacere di fissare l’ultima occhiata, quella immortale, su qualcosa di piacevole e confortante: le sue piccole camole.
Ed in modo altrettanto tranquillo il suo è diventato mio, un’eredità comoda per una vita comoda, senza eccessi ma nemmeno troppe rinunce.

Acquisita la proprietà di quest’aziendina mi sono sentito in diritto di mettere mano a quei soldi che prima ritenevo non mi spettassero, nell’attesa che un qualche pretendente, in un qualche modo legittimato da un diritto legalmente riconosciuto, li venisse a reclamare.
Ora però sono miei.
Per questo ho deciso di investirli nella ristrutturazione dell’edificio e nella sostituzione di quelle attrezzature vecchie, logore e consumate dall’uso e dal tempo.
Ho iniziato ai primi di dicembre, quando i rigori dell’inverno impongono ai pesci uno stato di relativa quiescenza sotto lo specchio ghiacciato dei laghi e al pari la mia attività rallenta i suoi battiti in un apparente letargo.
Ho iniziato rifacendo il tetto, ristrutturando il sistema di areazione, eliminando montagne di ciarpame che Emilio accumulava in fondo all’edificio, in un piccolo ripostiglio dietro la grossa caldaia rossa, convinto forse un giorno o l’altro di trovarne un’utilità.

Tra le tante cose, c’era una macchina da scrivere, una vecchia Olivetti, senza i pulsanti della “p” e della “f” ed il rullino dell’inchiostro mi si è sfaldato in piccole pagliuzze volatili come cenere, non appena ho soffiato sull’anfiteatro di stecche dei battenti delle lettere, per spostare un po’ di polvere. Un cimelio di grande valore per un appassionato di scrittura come me. Una “lettera 35” di uno scialbo grigio chiaro, completa della sua custodia in dura pelle nera.
C’èra anche una vecchia radio a valvole, con la calandra in legno trapuntata da svariati fori di tarli facinorosi, ma ancora lucida, sotto il suo lenzuolo di polvere. Lucida di un brillante e mieloso color faggio.
Oltre ad un rastrello arrugginito, un vecchio tagliaerba a frusta, un grosso termos a rubinetto, una pesante torcia di ferro e diversi contenitori in cartone pieni di detersivi in polvere indurita dal tempo e dall’umidità, c’era anche un piccolo armadietto di ferro, nascosto nell’angolo più buio del locale. Dentro vi ho trovato una pila di quaderni di svariati colori: verde, rosso, marrone, viola, molti neri e tutti scritti fittamente, a caratteri piccoli e stretti, in un corsivo a tratti limpido e pulito, a tratti quasi illeggibile, come dettato da un sentimento rabbioso e compulsivo.
Sono diari. I diari di Emilio.
L’ho capito dalle date riportate su molte pagine. Date di venti, venticinque anche trent’anni prima. Incredibile. Mi sono ritrovato tra le mani un tesoro. Quell’uomo mi ha lasciato modo di scrutare nella sua esistenza, nelle sue riflessioni, nei suoi turbamenti, permettendomi di carpire i suoi stati d’animo, le sue debolezze, speranze e disillusioni.

E questo mi ha dato un’idea, ha risvegliato uno stimolo da tanto sopito: scrivere.
Raccontare, colorire, dimensionare nell’immaginario il passato di una persona così riservata e singolare, da far passare inosservata ai più la sua morte e ciò che di lui è rimasto tra i vivi.

Ho appena iniziato a leggere i suoi quaderni. Ho voluto aspettare che mi riparassero la vecchia Olivetti, credendola il mezzo migliore per assaporare l’atmosfera di quegli anni, narrandoli e trascrivendoli con uno strumento che appartiene proprio a quei tempi.
Questa attesa, peraltro, mi ha dato modo di trovare il tempo e l’occasione di anticipare a mano le sue memorie con una prefazione adeguata e trovando un titolo altrettanto emblematico.
Nulla di più appropriato mi è parso di “Camola con vista”. Ma faccio sempre in tempo a cambiarlo.

sabato 19 giugno 2010

CAMOLA CON VISTA #003


16 Agosto 2002 – ore 8:42

Vai … vai allegro.
Oggi pescherai illusioni fino all’ultimo verme e quando inizierai a sentire il peso del fallimento sarà giunta l’ora di tornare a casa, a mangiare arrosto e patate al forno.
Purtroppo … niente pesce.
E tua moglie sarà felice, doppiamente felice.
Felice di rivederti a mani vuote e non dover star lì a desquamare il tuo pescato, a pulirlo dalle viscere e, strofinandosi il naso col polso, nausearsi del fetore di pesce morto di cui tanto ti saresti volentieri vantato.
Felice di ritrovarti solo a sera dopo una giornata passata in libera uscita con l’amante nell’armadio, il giardiniere o l’idraulico, sentendo più leggeri i suoi cinquanta di una femminilità ritrovata nel tradimento, così rischioso e accattivante. Adulterio della rinascita, dissetante vitalità, eccitante esplosione di ormoni, sedati da anni nel grigiore della routine di ozi in cui l’hai accomodata.
Ti guarderà rincasare mesto e simulerà compassionevole tutto il suo affetto e la sua comprensione. “Povero Gino … non hai pescato nulla? Vedrai andrà meglio domenica prossima!”
Sebbene il tuo fetore di muffa, morte e acqua stantia aumenterà il suo disprezzo, te ne sarà grata, immensamente grata, perché le darai motivo di vederti più vecchio di lei, becero e legnoso. Ti osserverà pietosamente con un tenue sorriso; come si guarda un secco bastone avvizzito che non regge nemmeno due minuti di coito, restando in silenzio sommesso e penzolante tra le gambe, mentre defechi sul water i residui della tua mascolinità in una broda sciolta di un beige scialbo, tra sforzi anali e spasmi ai reni, rimproverandoti di aver preso freddo al laghetto, distratto dalla tua infinita battaglia con una camola gigante.
Così godrà della sua vendetta. Per tante sere lasciata sola, lungo gli anni più giovani del vostro convivere, per andare al bar a giocare a carambola o anche solo a ubriacarti di cordiali, urlando orgogliosa soddisfazione ad ogni punto incassato a scopa, con altri tre sfigati della tua risma.
Vai … vai allegro. Vai a pescare!
Tu sei il pesce dei tuoi bigatti. Ma loro non ti meritano e per fortuna non lo sanno, anche se in fondo è il loro destino; per questo esistono.
Nascono, vivono e muoiono per regalare ad un demente l’illusione di essere un grand’uomo. La loro inconsapevolezza lì mantiene immacolati, innocenti, privi di peccato. Loro d'altronde che colpe hanno?
Sono candidi fuori e dentro. Niente viscere putride e sanguinolente. Non puzzano di feci acide, di sporchi e gretti compromessi con le proprie debolezze, i propri intestini, la cervicale, quei maledetti reumatismi.
Le mie piccole creature sono i candidi martiri dei vezzi dell’uomo.
-Vai … vai allegro Gino … mi sa che questo è il tuo giorno fortunato! Poi mi racconti … Va bene?
-Grazie ancora per lo sconto … a buon rendere!
-Vai … vai allegro … e salutami tua moglie!
-Sarà fatto!

domenica 6 giugno 2010

CAMOLA CON VISTA #002

2 aprile 2002

Insomma non è che uno nella vita abbia certe aspirazioni.
Nemmeno io ho deciso che da grande avrei fatto il commerciante di camole.
Mi sono laureato in lettere, inseguendo un sogno che ora non ricordo e ritrovandomi a redigere (per una paga da fame) le pagine pubblicitarie in un giornale settimanale di un paesino di provincia, con velleità e aspirazioni da scrittore, assolutamente disilluse e intrappolate sotto le ragnatele polverose e abbandonate, che confezionano i numerosi manoscritti del mio passato.

Poi un giorno il mio vecchio mi chiede se, per arrotondare, ho voglia di aiutare un amico a gestire il suo magazzino di vermi da pesca, mentre lui fa le consegne.
Perché no, mi dico io. In fondo col giornale non mi sfamo e ormai chi scrive più? Mi son stancato di alimentare le casse dell’ufficio postale, inviando risme di fogli pieni di lettere e parole, a cui nessun editore nemmeno si degna di rispondere un sincero e funereo commento, del tipo: “quello che scrivi fa schifo”.
E, se non ho più voglia di star lì a scrivere, di tempo libero ne ho a iosa. Ci sguazzo, mi ci rotolo e sollazzo, come una camola nella sua segatura, fin’al punto di non volerne più, di esser bolso di tutto questo tempo libero, proprio come il mio criceto.

E così in men’ che non si dica gli anni trascorrono nel magazzino a riassettar bigatti, setacciarli dalla segatura, in cui urinano defecano e si alimentano, confezionarli per i clienti, che li osservano con ghigno maligno, immaginando la trota o il pesce gatto che (son sicuri) pescheranno, di grandi, immense, memorabili dimensioni, dopo ore di lotta estenuante, riavvolgendo e mollando il mulinello, in un frenetico confronto, epico almeno quanto i racconti di Hemingway.
Son poi gli stessi clienti che più sommessamente tornano la settimana successiva ad approvvigionarsi, delusi dei risultati della domenica precedente, vergognandosi di una misera manciata di pesciolini non più gravi di un etto.
Anche loro, come me, partono con grandi aspirazioni e tornano confessando sciatti realismi. Per questo non li prendo in giro. E non ho deriso nemmeno Emilio, il mio capo, che per vivere vendeva bigatti. Che c’è di male! Qualcuno dovrà pur farlo.

Ad esser sinceri, quando il mio vecchio me lo chiese la prima volta lo guardai esterrefatto.
-Ma dai papà che lavoro è quello? Credo non esista nemmeno nel dizionario. C’è il benzinaio, l’agricoltore, il dentista, il macellaio … c’è pure il rapinatore. Ma non esiste il camolatore!
Però, in fin dei conti, è sempre meglio che il deratizzatore, il becchino o lo spurgatore, che, sì è vero, ci sono nel dizionario, ma richiedono uno stomaco anche più forte di quel che serve a mangiare il Mussakà.
Quindi Emilio non è da deridere solo perché viveva vendendo bigatti. E di questo me ne sono convinto, dopo un po’ che lavoravo con lui, quando, non resistendo alla curiosità, gli chiesi come gli fosse venuto in mente di mettere su quell’attività.
E la risposta fu assolutamente esaustiva:
-Mi son sempre piaciuti i bigatti. Ci giocavo fin da bambino. Mi ricordo mia madre che mi ostiava sempre perché li portavo a tavola … durante la cena … e li tagliavo di lungo per guardare che ci fosse dentro ... Ed erano bianchi come fuori. Sì sì … dentro o fuori un bigatto non cambia. Non è come una bella donna attraente che ti sa di sesso ... ti arrapa, ma, in fondo, se la apri dentro ci trovi lo stomaco, la milza, il pancreas le budella e poi … tutto quel sangue. No … i bigatti dentro son come fuori … bianchi … candidi. E poi son finito a fare il bidello … Non faceva per me lavare pavimenti, cambiare lampadine, staccare le gomme da sotto i banchi di scuola, pulire le lavagne, sturare i cessi ... A me la scuola non è mai piaciuta nemmeno da alunno. E allora mi son detto perché non allevare i bigatti. So farlo e in fondo è facile … e puzzano pure meno dei maiali. E poi … Guarda …
Sorridendo ne prese in mano una manciata.
-Vedi … si muovono in quel modo ridicolo, come se stiano ballando il twist … sono simpatici no? Con loro ti sembra di vedere il mondo dall’alto … Ti senti come un gigante che guarda tanti bambini che giocano nel cortile della scuola. Ma non fanno lo stesso chiasso. Poi se rompono … ti basta chiudere la mano … così … stringendo forte e loro squizzano senza opporre resistenza … guarda …
E lo fece: chiuse la mano a pugno con insistenza e quando dai lati iniziò a colare, lento, del liquame la riaprì con orgoglio, mostrandomi un purè di bianche viscere acquose.
Non avevo bisogno di ulteriori spiegazioni. Era stato veramente esaustivo ed anche un po’ inquietante.
Da quel giorno evitai sempre di dargli le spalle, anche se il suo comportamento immancabilmente cordiale, il suo fare lento e compassato, il suo sguardo placido e piacevole, il suo parlare pacato e sommesso, mi avrebbero dovuto rassicurare ampiamente, fugando qualsiasi dubbio su una qualche sua identità nascosta.
Eppure ogni volta che ripensavo a quella sua dichiarazione, a quell’esibizione di fredda inutile violenza un dubbio mi veniva, mi rodeva come un tarlo, stuzzicando macabre fantasie.

Diversi anni dopo, ormai ottantenne, Emilio se n’è andò.
L’ho trovai arrivando in magazzino di primo mattino, seduto all’ombra, nascosto alle prime luci del sole, che dall’alto inondavano il capannone di un soffuso tepore. Stava lì, vestito di una logora salopette verde da lavoro, guardando le sue camole, sereno, con la testa appoggiata alla colonna, le braccia incrociate sulle gambe e la solita sigaretta in bocca.
Capii che non era più tra noi, quando mi accorsi che la sigaretta era spenta e bruciata fin’al filtro. Me ne accertai dondolandogli più volte le mani davanti agli occhi, immobili, vitrei, tranquillamente assopiti guardando i suoi bambini giocare nel cortile della scuola.
Non aveva figli o parenti, nemmeno lontani e neppure tanti amici. Solo qualche compagno di briscola al bar. Comunque nessuno volle prendersi a carico quell’attività. Così continuai a farlo io, nell’attesa che qualche autorità decidesse un giorno il da farsi.

Iniziai a fare le consegne ai laghetti e ai negozi, lasciando solo il venerdì ed il sabato per i pescatori che compravano direttamente da me.
Fu una faticata. Mi dovevo alzare a ore impossibili, spesso incontrando sulla strada i fornai che rincasavano, e andavo al giornale solo al lunedì.
Giocoforza mi ero organizzato.

Il ricavato lo tenevo da parte prendendo solo la mia paga (chiaramente aumentata in proporzione alle ore in più di lavoro) ed il necessario per tenere in piedi quel posto e portare avanti l’attività.
Dopo due anni avevo messo da parte un bel gruzzolo. Ma per chi? Nessuno era venuto a riscattare l’azienda; nessuno si era fatto sentire; nessuno del Comune, nessun creditore. Il commercialista regolarmente mi diceva quanto pagare di tasse e anche il fisco sembrava essersi dimenticato di quella piccola incongruenza: l’attività commerciale aveva una sigla anonima (“La casa della camola”) ma l’unico titolare era morto.
Insomma sembrava che a tutti andasse bene così. O forse tutti si erano dimenticati che io non ero il proprietario. Ero il dipendente di un deceduto.

Dopo vent’anni dalla morte di Emilio un avvocato mi disse che quel posto era diventato mio, per una certa legge sull’usucapione (o qualcosa del genere, io sono laureato in lettere non in giurisprudenza) e che avrei dovuto chiedere al giudice di regolarizzare il mio diritto.
Così, adesso, mi ritrovo a quarantacinque anni, a raccontarvi che da scrittore fallito sono diventato un camolatore per caso, non per passione, ma per un curioso scivolare del tempo nei languidi meandri del dimenticatoio.

domenica 25 aprile 2010

IL NUOVO LIBRO


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Adolfo Fattori (sociologo) - "... una scrittura cinematografica, attenta alla compattezza, velocità, scorrevolezza. E, insieme a questa, l’esplorazione di una dimensione “fantastica”, paradossale, cortocircuitale del racconto ..."

-
Stefano Rambaldi (fotografo) -"... Un thriller dove il grossolano della realtà si mischia alla raffinatezza della reazione psicologica ..."
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Maria Rosaria Ferrara (scrittrice) - "Un racconto agghiacciante e intenso che inchioda il lettore a pagine che si sfogliano violentemente, trapanando la mente, forse la prospettiva più dura da cui osservare la forza del libero arbitrio ..."
-
Paco d'Alcatraz (comico) - "... Un racconto atipico dallo stile molto particolare e se fosse musica la definirei tra il poetico, il descrittivo e il progressive - psichedelico."
-
Davide Pavlidis (pittore) - "Il racconto scivola come un sorso d'acqua in estate, in un tempo indefinibile scandisce la lotta intestina dei personaggi tesi verso l'emancipazione dai rispettivi disagi. L'unica cosa che non mi è piaciuta è stata la parola fine, avrei voluto leggere ancora e ancora!"
-
Danilo Maso Masotti (scrittore) - "Un block notes, pagine strappate, ipotesi ... Mi piacciono le ipotesi, mi piace questo claustrofobico viaggio tra agi e disagi, tra personaggi che credono di scegliere, ma non scelgono nulla ... "
-
Eraldo Turra (attore, comico) - "... Tutto è stato scritto! Non si inventa niente? Nulla di più sbagliato. Ci sono cento, mille modi di dire le cose e ci si accorge che quelle “stesse cose" non sono le stesse di sempre e leggendo si comprende che non bisogna mai pensare di avere capito ..."

Per leggere le recensioni nel formato integrale o per rilasciare commenti CLICCATE QUI
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venerdì 1 gennaio 2010

CAMOLA CON VISTA #001

Sonnecchio e mi approprio di un altro apatico momento di tedio. Mi nascondo nel silenzio del mattino. Mi arrotolo tra le lenzuola sgualcite, come postumi di un sogno ubriaco di refusi. Ma il sole mi si spara tra le palpebre, scolorendo le tenebre impietosamente, insistentemente. Inutilmente mi giro di spalle. Ormai il sogno è solo parte di una ipotesi stralciata dal mio presente. Ero bello, figo e alto, forse ero pure ricco, in mezzo a tante donne, belle donne, avvolto dalle braccia di sirene nelle acque basse di un atollo ai Caraibi. Invece, guardandomi allo specchio vedo un cencio, la pelle conciata dal sole, stropicciata dalle rughe collezionate in tanti anni di inutile lavoro, smagrita dalla stanchezza consumata tra i vermi. Piccoli, fetidi, mollicci bigatti, senza testa né coda, che sudano collose sostanze, spurgano la loro agonia e si contorcono isterici nei sacchetti dei miei clienti.
I miei clienti. Li vedi allontanarsi con la canna da pesca in una mano e nell'altra un sacchetto gonfio di tanta futile vita. Sembra che vadano allegramente in giro con il loro cervello impugnato ben stretto in un sacchetto da freezer, brulicante di inutili quesiti. Ogni tanto lo osservano, soddisfatti e divertiti, con sadica leggerezza. Non hanno pietà del loro cervello. E perché? Intanto da lì a poco verrà infilzato su un amo di 16, per la gioia di una trota illusa di aver trovato un pasto facile, o peggio, lanciato come pastura affondando i suoi stupidi pensieri a mollo nell'acqua stantia di un laghetto artificiale. E tutto questo anche loro lo fanno per appropriarsi di un altro apatico momento di tedio. Maledetti vermi. Maledetti sogni. Maledetto Musakà. Eppure dovrei saperlo che non digerisco le melanzane. Alla sera poi!
Va bene mi alzo. Anche oggi mi alzo e vado a setacciare bigatti, bianchi, rossi, neri, patriottici. Immolati per una giusta causa: alimentare l'allegra demenza di un omino seduto su un treppiede in riva ad un corso d'acqua, convinto che tirar su esseri con un cervello più piccolo del loro alluce lo riavvicini alla natura.
Va bene mi alzo. Si ricomincia, come il mio piccolo criceto nella sua ruota. Ogni tanto la fa girare per rompere la monotonia di un'altra giornata passata tra i trucioli, rosicchiando legnosi croccanti intervalli. Chissà che pensa un criceto? Lo guardo di sbieco laggiù a fianco della credenza. Gonfio come un otre, svaccato sulle sue zampine glabre mentre annusa l'aria:
- Ehi Cosa pensi Bolso ... a che stai pensando! inutile roditore.
Chissà quanti vermi ci vogliono per fare il suo cervello.
Va bene mi alzo. E' proprio tardi. Non posso rimandare. E' inevitabile, prima o poi lo devo fare. Vado alla finestra e lascio entrare il sole nella mio piccolo tugurio di rimorsi, nella mia piccola, caotica, introversa camola con vista.

MOMENTO D'ANGOLO

Ho bisogno di credere, illudermi, mentire. Di vestire le mie fragilità di una lucente armatura senza macchia, farmi oratore di verità assolute, perdute nella superficialità del quotidiano.
Così alla sera, dopo una lunga estenuante e dura giornata di apparenze, in un angolo nascosto del ripostiglio, piango. A torto piango della socialità che mi è stata negata, derubata, rapita. Piango in silenzio del silenzio. Piango senza lamenti e singulti. Piango lacrime fresche che mi sciacquano il viso, per sentirmi un po' più pulito, un po' meno deriso.
Solo così domani potrò afforntare un'altra lunga estenuante e dura giornata di apparenze.